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A passeggio per la Biennale – Parte 1

Riflettendoci a mente fredda, la biennale di quest’anno mi ha lasciato piuttosto perplesso. Forse il tema stesso, per quanto un’idea molto interessante, non ha aiutato molto. Il Common Ground di Chipperfield é stato principalmente recepito come un elenco, una sequenza di progetti, foto o plastici che nel suo numero perdeva la sua forza. Un po’ un appiattimento di tutte le diversità alla ricerca appunto di questo common ground..non so se alla fine mi ha convinto del tutto.
Il fatto é che i progetti interessanti erano davvero pochi…ma forse i progetti in generale erano pochi. Sarà colpa della crisi?
Comunque, le cose che più mi sono piaciute sono state alcune partecipazioni nazionali, in particolare Irlanda, Giappone e Brasile.

L’Irlanda ha presentato Shifting Ground un’idea molto carina, che ha subito catturato la mia attenzione per la capacità con cui un semplice elemento riuscisse allo stesso tempo a incuriosire, divertire e costringere a socializzare le persone presenti.
Non é nient altro che una serie di panche di varia lunghezza unite l’un l’altra con un effetto dondolo/bilancia per cui se una persona si siede in un punto la struttura si disequilibria invitando un’altra persona a trovare il punto esatto dove sedersi per riportare l’equilibrio.
La metafora nascosta: siamo tutti necessari per raggiungere un equilibrio.

Il Giappone presentava sotto l’ala di Toyo Ito il lavoro di tre architetti locali alle prese con la ricostruzione del paesaggio nipponico post Tsunami con il motto Architecture. Possible here? Home-for-all
L’idea principale: usare i tronchi dei cedri spazzati via dall’onda come pilastri per ricostruire una rete di connessioni e nuove tipologie abitative con una grande importanza riservata agli spazi di aggregazione.
Il tutto presentato con gran chiarezza e delicatezza, tra un tronco di cedro e l’altro.

Il Brasile presentava un’istallazione di Marcio Kogan e Lucio Costa: “ConVivência “. A parte le amache dove riposarsi dopo il lungo cammino, la prima cosa verso cui mi sono diretto è stato un enorme blocco nero con una serie di spioncini…un invito al voyeurismo che non potevo farmi scappare.
Dietro ogni spioncino una scena di vita quotidiana di una casa recentemente costruita dallo studio di Kogan. Si dipinge così attraverso piccoli sketch ripresi da camere fisse sistemate per la casa un quadro di una famiglia e dei suoi domestici. Molto divertente, mi ha ricordato Houselife di Koolhaas.

Lorenzo