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Juta

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Juta nasce per caso, dal ritrovamento per strada di una splendida poltroncina anni 70. La poltroncina sfondata e con i rivestimenti consumati era piuttosto malconcia, ma ci abbiamo visto del potenziale e l’abbiamo portata in studio.
Per prima cosa, non essendo tappezzieri di professione, l’abbiamo smontata e sventrata, per ritrovarci con uno scheletro pronto a diventare qualcosa di nuovo.
Volevamo creare un elemento con un effetto più grezzo, che raccontasse la storia del riuso anche attraverso i suoi materiali. La juta utilizzata per i sacchi di chicchi di caffè dalle torrefazioni ci sembrava un materiale molto interessante per la sua resistenza e ruvidità e per le scritte stampate che ne caratterizzano ogni pezzo. Abbiamo così contattato la vicina torrefazione Piansa che ci ha fornito senza problemi svariati sacchi usati. Quelli con i disegni e le scritte più interessanti sono stati utilizzati per ricoprire il corpo della poltrona. Per i braccioli invece abbiamo deciso di non ricoprirli, di svelare la loro struttura all’esterno lasciandoli a legno. Usando il vecchio compensato per riprenderne le forme, abbiamo tagliato due tavole di abete da 15 mm, in modo da renderli più resistenti.

La poltrona è stata esposta a
Ecocity, Pisa 2014
Maker Faire, Roma 2014

Design: Elisa Lucattini, Lorenzo Pieratti

GommaBigia/GommaBianca

Vecchi pneumatici recuperati e restaurati mediante verniciatura e riconvertiti in comodi pouf!
La seduta è stata realizzata utilizzando una base di compensato tagliata su misura del foro del pneumatico rivestendolo con gommapiuma e stoffa.
I due pneumatici poi sono stati imbullonati uno sull’altro.
Il concetto di riuso in questo caso è stato applicato e allargato anche alla sua funzionalità poiché GommaBigia/GommaBianca è nato si come seduta ma può essere in realtà usata anche come contenitore di oggetti.

Design: Carlotta Mannucci


 

Finalisti!

E’ stato selezionato come finalista del concorso Boiart 2012 un nostro progetto in collaborazione con il gruppo OFFICINE LIQUIDE di cui siamo recentemente entrati a far parte.

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Il concorso riguarda la progettazione di alcuni ambienti abitativi da realizzare sugli alberi che circondano il pascolo della malga Boiara, vicino a Cles (TN)

La composizione delle unitá cubo con la passerella sovrastante che le collega, riflette la struttura di uno spartito, un omaggio al festival di musica che ogni anno si tiene nel parco della malga.

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L’accesso dal tetto alle varie unitá permette di poter sfruttare al massimo lo spazio interno, riducendo i volumi e il peso dell’elemento. Il tetto puó inoltre essere usato come terrazza, per riunirsi con i vicini, o per fare un picnic tra le fronde degli alberi.

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Carbanchel 31 + 32

Qualche settimana fa a Madrid si è tenuta la IX “Semana de la Arquitectura”, un’iniziativa molto interessante e piena di eventi..tanto piena che alla fine non si riesce praticamente a vedere niente..ma essendo quest’ anno in situazione privilegiata e potendo prendermi una mattinata libera ho deciso di unirmi a una visita guidata a due recenti edifici residenziali di edilizia sovvenzionata nel quartiere di Carabanchel.

Carabanchel è un quartiere di espansione residenziale nel sudest di Madrid, dove l’ufficio comunale “de la vivienda y el suelo” ha promosso una serie di progetti innovativi come quello di bambù dei Foreign Office Architects, quello delle stanza volanti di Dosmasuno, o ancora quello a colori di Amman-Canovas-Maruri.

Io sono stato a visitare Carabanchel 31 di Coco Arquitectos e Carabanchel 32 di Santiago de Molina, Hayden Salter, Agatángelo Soler.

Abbiamo iniziato con il 32..che mi ha lasciato molto perplesso..intanto per la scelta del colore dell’edificio, un grigio scuro e triste, poi per la distribuzione interna degli appartamenti. Le piante graficamente sono molto piacevoli e dinamiche con tutte quelle linee inclinate, e l’idea della fascia di servizi come elemento compositivo è anche interessante..però poi doverci vivere..

L’appartamento che abbiamo visitato era di dimensioni assai ridotte e sfruttato male. Si entrava direttamente in un soggiorno cucina su cui si apriva il bagno che tra porte, radiatori e spazi di circolazione poneva non poche difficoltà al momento di doverlo arredare. Le stanze dalle forme trapezioidali non consentono un’ ottima collocazione dei letti. Quella con bagno era più piccola e un letto matrimoniale entrava a malapena. Quella più grande aveva un armadio a parete molto poco profondo nel quale non so bene cosa potesse starci.. La scelta del riscaldamento elettrico poi mi è sembrata piuttosto singolare, se non direttamente antiecologica e costosa..ma forse mi sbaglio..Tra l’altro nella fascia di zone di servizio della pianta solo erano inclusi i bagni, in maniera che una casa piccola come questa ne aveva ben due..un po’ un eccesso forse dati i metri quadri.

Salendo in terrazza l’impressione era di essere in un canile: sono stati riservati spazi per stendere i panni per ogni appartamento, creando una serie di gabbie di metallo piuttosto inquietante.

Unica nota di colore il teatrino delle marionette al piano terra…chissà se verrà mai utilizzato..forse gli architetti stessi andranno una volta a settimana a intrattenere i poveri bambini che cresceranno in questi angoscianti spazi?

Molto meglio la visita al secondo complesso, il numero 31, con le sue gabbiette volanti in metallo microforato. Il complesso occupa un grande isolato su terreno inclinato e forma un anello, anch’esso inclinato, che si sviluppa attorno a un cortile tagliato da percorsi diagonali e da tre cubetti bianchi che ospitano zone di servizio. Sotto la corte si sviluppa un altissimo parcheggio con volumetrie da cattedrale.

Gli appartamenti qui sono decisamente più vivibili, con geometrie più regolari e una migliore distribuzione degli ambienti nonostante le misure ridotte. Il primo presentava sempre il problema dell’ingresso-salotto-cucina-spazio di circolazione che rende un po’ difficile collocare un divano e un tavolo senza che stiano nel mezzo. Il secondo invece aveva una distribuzione ottimale, prevedendo l’ingresso in un piccolo corridoio/disimpegno con a sinistra una camera e poi il bagno, a destra uno dei piccoli cubetti/terrazza, e a dritto lo spazio giorno.

Il tetto in questo caso non era praticabile ma ricoperto di collettori solari che forniscono acqua calda a tutto l’edificio.

Insomma, sicuramente premio all’originalità e al voler fare qualcosa di diverso nell’edilizia pubblica..però magari in casi di dimensioni così ridotte bisognerebbe non sottovalutare l’importanza di un buon progetto di interni per poter prevedere correttamente la collocazione di mobili e la massima vivibilità degli ambienti.

altre foto del 32

altre foto del 31

Lorenzo

A passeggio per la Biennale – Parte 2

Nonostante il Common Ground, rimane visibile in molti progetti la firma e lo stile dell’archistar, tendenza comune a molti progetti dell’Arsenale e del padiglione centrale dei giardini, ma durante la visita hanno richiamato la mia attenzione i lavori e le riflessioni di professionisti meno conosciuti.

In coerenza con il tema, molto interessante  all’Arsenale Torre David / Gran Horizonte di Justin McGuirk, Iwan Baan e Urban-Think Tank. L’installazione mostra la trasformazione della torre, abbandonata prima ancora della fine dei lavori di costruzione. L’edificio, situato in Venezuela, a Caracas, è stato occupato da una comunità di persone, che poco a poco, hanno contribuito alla personalizzazione degli spazi e a dar vita a un’architettura che aveva perso il suo scopo iniziale.

Nella parte dei giardini molto interessanti le partecipazioni nazionali di Russia, Stati Uniti e Spagna, oltre al Giappone premiato con Leone d’oro come miglior partecipante nazionale.

L’allestimento del padiglione russo esalta le nuove tecnologie informatiche: soffitti, pareti e cupola centrale sono stati interamente rivestiti con pannelli semitrasparenti recanti codici QR. All’entrata vengono forniti i tablet per poter leggere i codici luminosi e ricevere informazioni e spiegazioni sui progetti esposti.

Il padiglione spagnolo presenta svariati progetti di interventi locali, azioni urbane di collettivi e gruppi di professionisti a sfondo sociale come quelle di Ecosistema Urbano .

Molto interessante il progetto del gruppo Cloud9, dove il progettista Enric Ruiz Geli presenta il progetto della facciata dell’edificio Media-Tic, situato nel quartiere emergente di Barcellona 22@.  Grazie a una serie di sensori e ad un complesso progetto domotico, la facciata risponde a input elettronici, modificando la propria forma in funzione delle necessità climatiche.

Infine in una sala a parte,  viene rappresentata in scala 1:1  una soluzione semplice, ma funzionale per un sistema di orti sospesi con un sistema d’irrigazione goccia a goccia.

Per finire,  molto interessante l’esposizione del padiglione degli Stati Uniti. Un sistema di fili e carrucole aiuta ad esporre in maniera efficace una gran quantità di progetti; ognuno di essi è un interessante punto di riflessione per il professionista che si pone domande sul ruolo sociale del suo intervenire. Protagonista il tema degli orti urbani e la funzione sociale che l’agricoltura esercita per riempire i vuoti urbani e per rispondere alle necessità del cittadino che soffre la spersonalizzazione della metropoli. E ancora, interessanti le iniziative open source per formare reti  di condivisione di dati climatici.

Irene

A passeggio per la Biennale – Parte 1

Riflettendoci a mente fredda, la biennale di quest’anno mi ha lasciato piuttosto perplesso. Forse il tema stesso, per quanto un’idea molto interessante, non ha aiutato molto. Il Common Ground di Chipperfield é stato principalmente recepito come un elenco, una sequenza di progetti, foto o plastici che nel suo numero perdeva la sua forza. Un po’ un appiattimento di tutte le diversità alla ricerca appunto di questo common ground..non so se alla fine mi ha convinto del tutto.
Il fatto é che i progetti interessanti erano davvero pochi…ma forse i progetti in generale erano pochi. Sarà colpa della crisi?
Comunque, le cose che più mi sono piaciute sono state alcune partecipazioni nazionali, in particolare Irlanda, Giappone e Brasile.

L’Irlanda ha presentato Shifting Ground un’idea molto carina, che ha subito catturato la mia attenzione per la capacità con cui un semplice elemento riuscisse allo stesso tempo a incuriosire, divertire e costringere a socializzare le persone presenti.
Non é nient altro che una serie di panche di varia lunghezza unite l’un l’altra con un effetto dondolo/bilancia per cui se una persona si siede in un punto la struttura si disequilibria invitando un’altra persona a trovare il punto esatto dove sedersi per riportare l’equilibrio.
La metafora nascosta: siamo tutti necessari per raggiungere un equilibrio.

Il Giappone presentava sotto l’ala di Toyo Ito il lavoro di tre architetti locali alle prese con la ricostruzione del paesaggio nipponico post Tsunami con il motto Architecture. Possible here? Home-for-all
L’idea principale: usare i tronchi dei cedri spazzati via dall’onda come pilastri per ricostruire una rete di connessioni e nuove tipologie abitative con una grande importanza riservata agli spazi di aggregazione.
Il tutto presentato con gran chiarezza e delicatezza, tra un tronco di cedro e l’altro.

Il Brasile presentava un’istallazione di Marcio Kogan e Lucio Costa: “ConVivência “. A parte le amache dove riposarsi dopo il lungo cammino, la prima cosa verso cui mi sono diretto è stato un enorme blocco nero con una serie di spioncini…un invito al voyeurismo che non potevo farmi scappare.
Dietro ogni spioncino una scena di vita quotidiana di una casa recentemente costruita dallo studio di Kogan. Si dipinge così attraverso piccoli sketch ripresi da camere fisse sistemate per la casa un quadro di una famiglia e dei suoi domestici. Molto divertente, mi ha ricordato Houselife di Koolhaas.

Lorenzo